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sabato 23 dicembre 2017

Luoghi della cultura e produzione di spazio pubblico

Concepire i luoghi della cultura come infrastrutture per la vita collettiva a supporto della sfera pubblica. Una riflessione. 

Pubblicato originariamente su: http://www.campodellacultura.it/discutere/luoghi-della-cultura-e-produzione-di-spazio- pubblico/

Cosa rende i “luoghi della cultura” - intesi come luoghi destinati alla produzione e fruizione di cultura - degli “spazi pubblici”, cioè delle infrastrutture per la vita collettiva a supporto della sfera pubblica?
Possiamo dire che ciò risulti da un incontro tra pratiche sociali e politiche pubbliche, cioè da processi bottom up e top down. In questo senso si dovrebbe partire dalle politiche pubbliche, cioè dalle attività di progettazione di luoghi e spazi della cultura in cui il settore pubblico svolge un ruolo di propulsore e coordinatore.
Due sono le categorie di politiche pubbliche, nel contesto locale e urbano, che tale quesito chiama in causa: quelle designate con il termine di “politiche culturali” - termine ampiamente diffuso ancorché con significati variabili - e quelle che possiamo chiamare “le politiche degli spazi pubblici” – termine assai meno familiare alle nostre pratiche di governance urbana. Le due espressioni rimandano a due diversi frames, due diverse “cornici di senso” in cui pensare, coordinare, indirizzare e comunicare una serie di azioni volte alla realizzazione di spazi destinati alla vita culturale della città. Obiettivi prioritari e risultati attesi presenteranno significativi scostamenti, importanti per valutare l’efficacia delle politiche messe in atto.
Nel primo caso, pensando in termini di politiche culturali, si adotterà necessa- riamente una visione in qualche misura astratta della cultura quale oggetto che abbisogna di spazi fisici, intelaiature organizzative, supporti amministrativi per fornire una gamma di prodotti destinati di volta in volta al consumo interno (e allora si parlerà di “servizi”) o all’afflusso di risorse esterne (e allora si parlerà di “investimenti”). La cultura in questa ottica può essere sia un “servizio” da erogare - non diversamente da quelli di welfare e non a caso oggi si incomincia a parlare di “welfare culturale” - sia una “risorsa” da sfruttare per accrescere la “competitività” di una città. All’interno del frame delle politiche culturali troviamo tanto la terminologia progettuale dei “contenitori” e degli “eventi” culturali, sempre più orientati alle politiche dette “di competizione”, quanto la terminologia amministrativa dei “servizi” culturali tendenti ad assimilarsi alla categoria più generale dei servizi sociali o “servizi” tout court, e orientata da logiche solidaristiche o anche assistenziali.
Nel secondo caso, il riferimento prioritario è quello concreto - ma non solo fisico - dello spazio pubblico quale elemento fonda- mentale dell’esperienza urbana: gli spazi pubblici sono quelli che rendono significativa la vita cittadina, che ne connotano la qualità, che favoriscono azioni e interazioni non soltanto orientate al consumo e nemmeno ad una generica socialità ma anche alla produzione di discorsi, azioni cioè di inventiva culturale e politica. Se questa è la cornice di senso dell’azione di policy, allora essa non può prescindere da una ricognizione dei luoghi esistenti e da una analisi delle loro componenti storiche, sociali, memoriali ed identitarie. E’ solo a partire da questa ricognizione che si può metter mano efficacemente al recupero di luoghi o alla progettazione di nuovi spazi, inserendoli in modo non casuale nel tessuto urbano e nelle coordinate spazio-temporali della vita cittadina. La cultura - nelle sue componenti di patrimonio materiale e immateriale - si rivela allora una componente fondamentale dello spazio pubblico, sia esso piazza o museo, biblioteca o università.
Questo secondo approccio chiama in causa la separazione tra la gamma di servizi o il repertorio di eventi culturali di cui una città dispone da un lato, e l’assetto urbanistico degli spazi che li contengono dall’altro, introducendo una terza variabile, quella delle pratiche sociali che li informano e li plasmano. Si rende allora necessario considerare la produzione di spazio pubblico anche a partire da un approccio bottom up, ricordando che l’azione progettuale ha bisogno di incontrarsi con le pratiche sociali (e viceversa). Quali sono gli snodi attraverso i quali avviene questo incontro? Una serie piuttosto ampia di studi di caso che ho avuto occasione di condurre e esaminare mi ha portato ad individuarne quattro.

1. I frames spesso individuabili attraverso il nome del luogo o del progetto. Raramente uno spazio pubblico sarà tale se conosciuto e designato solo con riferimento alla sua funzione di biblioteca, museo, università o altro. I luoghi della cultura che sono autentici spazi pubblici sono conosciuti con nomi che evocano storia, identità, sedimentazioni legate ai luoghi: il Mattatoio di Roma, la Sala Borsa di Bologna, il District Six Muesum di Cape Town. Il nome è il legame con la memoria collettiva.

2. Il radicamento (o anchoring) dello spazio-luogo nel tessuto urbano, non solo fisicamente ma in virtù delle pratiche che lo connotano. Tale radicamento dipende non solo dalle connessioni reali ma anche dalle mappe mentali. Le une e le altre sono strettamente connesse e producono quella percezione dei luoghi che è insieme sedimentata e mutevole nel tempo. Un esempio efficace di mutamento delle mappe mentali è dato dal recupero del centro storico di Cosenza, percepito appunto come il recupero alla centralità di un intero quartiere e non come la semplice realizzazione di una serie di spazi e contenitori culturali.

3. Il significato simbolico dei luoghi o spazi che talvolta si è perso ma può venire recuperato, come nel caso del convento di Santa Cristina a Bologna, diventato recentemente sede del Centro delle Donne.

4. Un timing efficace dell’azione di policy, capace di tenere insieme i momenti di comunicazione, progettazione, ascolto e realizzazione come nei casi di pianificazione strategica efficace (da Barcellona a Torino).

La partecipazione dei cittadini alla produzione di spazio pubblico appare tale quando trova il modo di esplicarsi in maniera trasversale lungo queste quattro articolazioni, assai più di quando prende la forma di “dispositivi partecipativi” formali (spesso appiattiti sulla “domanda” o incongruentemente orientati su temi tecnici o estetici) inseriti quale componente, ormai quasi d’obbligo, di un “processo decisionale” in cui queste dimensioni sono rimaste largamente inconsapevoli o trascurate.