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sabato 23 dicembre 2017

La biblioteca, una nuova piazza della cultura

I pubblici della cultura, a cura di Francesco De Biase, Milano Franco Angeli, 2014, pp. 294-304.


 «A dire il vero, non esiste una forma architettonica propria della biblioteca. Si può dire che per le biblioteche non esiste un’architettura prestabilita come per le stazioni o per gli stadi. Io, ad esempio, non posso guardare l’aeroporto di Roissy o l’arco della Défense senza pensare che quelle costruzioni architettoniche sarebbero delle meravigliose biblioteche. In fondo, la questione dell’architettura delle biblioteche si è posta quando ci si è preoccupati dei lettori, e la biblioteca è diventata un luogo pubblico, inteso come luogo civico. Questo incontro, non privo di contraddizioni, tra libro e lettore fa in modo che l’architettura delle biblioteche sia un genere a sé stante e che la biblioteca non sia più un semplice deposito di libri».

Di biblioteche c’è bisogno, soprattutto nelle zone del paese più degradate e sfilacciate urbanisticamente, socialmente e culturalmente (larga parte del Sud, le periferie delle grandi città, i territori distrutti dall’urbanizzazione selvaggia). Dobbiamo interrogarci su quale ruolo può svolgere una “piazza del sapere” in queste realtà. Renzo Piano in un recente articolo spiegava perché è importante investire nelle periferie: «Le periferie sono la città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Nel centro storico abita solo il 10 per cento della popolazione urbana, il resto sta in questi quartieri che sfumano verso la campagna. Qui si trova l’energia.. Spesso alla parola 'periferia' si associa il termine degrado. Mi chiedo: questo vogliamo lasciare in eredità? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città? Diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili? […]La prima cosa da fare è non costruire nuove periferie. Bisogna che le periferie diventino città ma senza ampliarsi a macchia d’olio, bisogna cucirle e fertilizzarle con delle strutture pubbliche». Con strutture pubbliche, aggiungo io, che creino quel mix di servizi che oggi non ci sono. Sempre Piano scrive «La città giusta è quella in cui si dorme, si lavora, si studia, ci si diverte, si fa la spesa. Se si devono costruire nuovi ospedali, meglio farli in periferia, e così per le sale da concerto, i teatri, i musei o le università. Andiamo a fecondare con funzioni catalizzanti questo grande deserto affettivo. Costruire dei luoghi per la gente, dei punti d’incontro, dove si condividono i valori, dove si celebra un rito che si chiama urbanità».
Howard Schultz, il fondatore di Starbucks, racconta che l’idea di portare negli Stati Uniti una catena di caffè dove fosse possibile bere un espresso decente gli venne durante un viaggio a Milano, nel 1983, quando capì l’importanza, per gli italiani, di avere un luogo dove fare una pausa e scambiare due parole con gli amici prima di tornare al lavoro o a casa. Il bar era il perfetto third place tra il luogo di lavoro e quello di abitazione, un  posto dove la gente può stare insieme per il solo piacere di farlo. Negli Stati Uniti i caffè di tipo europeo non esistevano, tranne a New York e a San Francisco, e Schultz vide la possibilità di sfruttare questa assenza proponendo dei bar dove si potesse stare anche per molte ore, bere un caffè o un cappuccino, fare amicizia con degli sconosciuti. Oggi Starbucks è una multinazionale con migliaia di punti vendita.
Il tema dei luoghi dove si va per motivi apparentemente “funzionali” (bere un caffè, o una birra o tagliarsi i capelli) ma che sono in realtà dei centri di conversazione, di scambio di opinioni, di relax, veniva affrontato, qualche anno dopo, dal sociologo urbano Ray Oldenburg nel suo libro del 1989 The Great Good Place. Per Oldenburg questi spazi sono anche strumenti di controllo sui governanti, di impegno civico: in altre parole sono il tessuto connettivo di una democrazia vitale. Non tutti i luoghi pubblici vanno bene: devono avere certe qualità nascoste che li rendono più invitanti per i cittadini. Prima di tutto, devono essere posti neutrali, non connotati per l’appartenenza a una persona, un’associazione, un’organizzazione politica o religiosa. Per quanto “ecumenica”, una parrocchia resta pur sempre una parrocchia  e un Rotary club, un Rotary club; al contrario, una birreria o un caffè in piazza sono aperti a tutti (anche se il loro diventare dei luoghi frequentati e amati dipende dagli habitués che ci vanno). Per Oldenburg, devono essere posti «dove gli individui possono andare e venire come vogliono, nei quali a nessuno è richiesto di fare da padrone di casa e in cui tutti si sentono a loro agio». Il secondo requisito è quello di essere dei luoghi di eguaglianza, in cui non si chiede a nessuno se fa il notaio o il pompiere, se si guadagna da vivere come operaio o come professore. «C’è una tendenza degli individui - continua Oldenburg - a selezionare i loro conoscenti, gli amici, e gli intimi fra coloro che sono più vicini come rango sociale. I third places, tuttavia, servono a espandere le possibilità [di fare nuove conoscenze] mentre le associazioni formalizzate tendono a restringerle. I third places contrastano la tendenza a essere restrittivi nel godere degli altri perché sono aperti a tutti e perché enfatizzano qualità non limitate alle distinzioni di status prevalenti nella società. Nei third places il carattere e il fascino della personalità di ognuno, non la sua posizione sociale, sono ciò che conta» (Agnoli, 2009, p. XX).
Negli ultimi anni la ricerca di luoghi “dove tutti si sentono a loro agio” e che sfuggano, almeno in parte, alle ferree leggi del commercio, ha fatto nascere esperimenti interessanti dalla Russia al Giappone, a Londra: per esempio, i caffè dove si paga il tempo di permanenza e non ciò che si consuma. Si chiamano Ziferblat, sembra che i primi siano nati in Russia, si offrono caffè e biscotti, chi vuole può portarsi il cibo da casa, c’è sempre l’wi-fi gratuito e all’uscita si pagano circa 2 euro l’ora, meno di quello che oggi costa in Italia un caffè con brioche in piedi. Lo Ziferblat (in russo significa quadrante) appena sbarcato a Londra rischia di chiudere perché non esiste una normativa che contempli questo tipo di esercizio. In quello londinese c’è anche uno spazio per il co-working, una funzione che ritroviamo in tutti i progetti.
Gli Ziferblat nascono soprattutto come luoghi di incontro, con arredamento vintage, per suggerire un luogo che è il prolungamento dello spazio domestico; spesso diventano piccoli circoli culturali, la clientela è molto varia e dipende da dove è situato lo Ziferblat. Una sveglia ti dice quanto tempo hai trascorso, qui la filosofia è far interagire le persone, riportarle dallo spazio virtuale a una realtà fisica: in un certo senso l’opposto di Starbucks che si è trasformato nello spazio-ufficio di chi lavora in casa, un luogo dove ciascuno ha lo sguardo fisso sullo schermo del proprio computer e ignora del tutto chi sta al tavolino accanto.
A Milano c’è la libreria Open, aperta il 19 novembre 2013. Open si definisce “More than Read, More than Apps, More than Design, More than Work, More than Taste, More than Events”, sei varianti che ne fanno un modello di libreria molto innovativa. Si sfogliano giornali, riviste, libri  cartacei, si usano e-reader e tablet, si possono acquistare libri o e-book, il design dello studio Uda è frutto di un processo di condivisione creativa. Uno spazio di 1000 mq. dove studiare, bere un aperitivo su comodi divani ma anche prendere in affitto posti di lavoro, computer, salette di varie taglie 6,12 e 50 posti, una grande area di coworking, una piccola cucina con una zona living, spazi per corsi e attività varie. Un mix tra una biblioteca, una libreria, un caffè, un centro culturale, Open si è in parte finanziata con il crowdfunding ma offrendo qualcosa in cambio: per esempio con 10 euro hai accesso a contenuti digitali extra, con 100 euro ad una postazione di coworking per una settimana e a uno workshop.
Un esperimento ancora più ambizioso viene dall’Olanda: Seats2meet.com (che si potrebbe tradurre con “Sedie per incontrarsi”) sono nuovi luoghi la cui proposta è “l’economia della condivisione”. L’idea di base del progetto è che nel mondo ci sono sempre più persone che si muovono, che collaborano soprattutto in modo digitale, non fanno parte di nessuna struttura organizzativa, utilizzano i social network, si auto-organizzano e mettono in moto energie e creatività. Vengono definiti cittadini della società 3.0: il loro lavoro non mira all’arricchimento personale anche se acquistano prodotti e servizi con la moneta tradizionale, sono interessati soprattutto a collaborare e condividere, apprezzano il capitale sociale e la reciprocità. Sono convinti che i tradizionali luoghi di lavoro e di aggregazione stiano scomparendo o siano sempre più in crisi e che la scuola tradizionale, la fabbrica, i negozi, le biblioteche, i municipi li seguiranno a breve. Come dicono nel loro programma gli inventori di Seats2meet la sfida per l’organizzazione innovativa è aperta e utilizza la rete di contatti per stabilire una connettività permanente tra l’organizzazione, le persone e gli stakeholders. Questi luoghi sono degli hub, dei luoghi dove è possibile sfruttare il valore sociale dei network per creare forme differenti di collaborazione e di impegno individuale e collettivo. Alcuni dati: tra il 2012 e 2013 sono state prenotate 500mila postazioni di lavoro: scrivanie, uffici, spazi incontro. Seats2meet ha 60 sedi che offrono più di 2600 spazi di coworking, 275 meeting space e 250 scrivanie.
Il successo di questi esperimenti rivela l’emergere di nuovi bisogni di socialità e di cooperazione che la biblioteca deve intercettare, naturalmente a condizione di una riflessione sul mutamento del proprio ruolo. Dalla biblioteca come luogo di conservazione del sapere nella sua forma materiale (i libri) si va verso la biblioteca come luogo di sintesi tra formazione, informazione e cultura, come luogo di relazioni. Di fronte alla smaterializzazione del sapere e delle relazioni, abbiamo bisogno di un luogo dove gli incontri si materializzino e dove e l’accesso al sapere si ricomponga. La biblioteca, non essendo un servizio specializzato come un museo, è più adatta di altri luoghi culturali a svolgere questa funzione. Naturalmente, la sua architettura deve garantire la possibilità di essere isolati dal mondo ma insieme agli altri, di offrire momenti di calma, di distacco dai “rumori” della città e dai flussi della vita quotidiana, di decelerazione dalla sovrabbondanza di informazioni e di attività.
L'esempio che forse può aiutarci a capire meglio tutto questo è Sala Borsa a Bologna, tra le biblioteche italiane forse il luogo che meglio rappresenta le novità della biblioteca come spazio pubblico, ed è anche quella che più si avvicina ad alcune grandi biblioteche internazionali come la Bibliotèque du Centre Pompidou di Parigi (BPI).  Anche Sala Borsa a suo modo è uno spazio polifunzionale e, come il Centre Pompidou, attira turisti, curiosi, homeless, anziani, bambini, accanto a persone che la frequentano per i servizi che offre: lettura, studio, visione, ascolto, prestito, mostre, conferenze, laboratori, caffè, urban center.
Entrambi sono luoghi che non "tracciano frontiere" che non trasmettono messaggi tipo "questo edificio non fa per te", non sono luoghi riservati alle élite, non discriminano in base al censo, tra chi ha familiarità con la cultura scritta e chi non ce l’ha. Potremmo elencare molti motivi che tengono lontane le persone dai luoghi che non sentono loro,  ma a noi ora interessa analizzare quelli che invece attirano e tentare di capire perché una grande piazza coperta come Sala Borsa, che accoglie da 12 anni migliaia di persone al giorno, sia un luogo interessante da studiare.
Il primo elemento sul quale vorrei riflettere è che pur accogliendo circa 1,3 milioni di visitatori all’anno  è un luogo molto sicuro e “civile”. Per capire cosa accade vale la pena consultare i post-it che è possibile leggere nel sito, “Sala Borsa mi piace perché…”

• …Truman Capote direbbe nel suo Colazione da Tiffany: 'Salaborsa? E' come Tiffany! Un luogo pacifico, dove ti senti bene e dove tutti sono cordiali
• …perché c'è una fantastica varietà di tipi umani!!
• ...posso portare il mio bimbo al caldo in inverno e allattarlo e farlo giocare con i libri morbidoni
• ....così posso scappare dai miei coinquilini
• ...perché anche a 81 anni mantiene sani e vivi
• ...mi piace molto. I love the ruins that are visible through the floor. It's great for studying and relaxing. Il caffè è bene. I enjoy the fun chairs on the first floor
• ...per le sue poltroncine con appoggio morbido tutte colorate
• ...è l'esempio concreto e vivente della social-democrazia
• ...ci sono dei libri sulla storia e la cultura armena – Narina
• ...perché qualsiasi sia il tuo dubbio, qui trovi la risposta. Perché è un edificio bellissimo. Perché mi dà pace
• ...perché 'io barbone' quando piove o fa freddo ho un riparo ma soprattutto perché posso acculturarmi, che non è poco.

Scorrendo questi e altri messaggi si capisce che Sala Borsa è un luogo in cui le persone si sentono bene, anche se hanno provenienze culturali ed età molto differenti; è un luogo che non discrimina , in cui le persone si sentono accettate, è una grande piazza coperta dove accade esattamente quello che accade in tutte le piazze accoglienti del mondo: si prende il caffè, si legge il giornale, alle 18 si ascolta il pianoforte, ci si dà appuntamento, si guarda una mostra, si osservano gli altri, si prende il fresco, si “acquistano” i libri nella bancarella degli amici della biblioteca, si posteggiano le carrozzine e si ricorrono i bambini che scappano.
Perché accade tutto questo? E perché le persone aderiscono spontaneamente alle stesse regole? Provo ad ipotizzare alcuni elementi, un interessante mix che incrocia aspetti architettonici, estetici, antropologici, sociologici:

• è uno spazio bello;
• si incontrano “tipi molto diversi”, la diversità di persone e di attività trasmette il messaggio che “troverò qualche cosa per me e qualcuno come me”;
• non intimidisce: anche, se molto grande è uno spazio amichevole;
• siamo di fronte ad un’offerta molteplice, il conflitto si genera quando siamo di fronte ad una sola offerta;
• si attraversa la grande e bella piazza esterna, si salgono gradini che sono un’espansione, un’estensione di quello che si trova dentro, si entra nell’esedra, uno spazio circolare abbastanza grande che non ci fa vedere oltre, si attraversa un corridoio piuttosto stretto e poi appare la grande e straordinaria piazza coperta. Tutti hanno le stesse esperienze architettoniche, tutti provano lo stesso stupore, le stesse emozioni;
• evoca uno spazio esterno ma nello stesso tempo è più intimo e conviviale, più sicuro, più protetto;
• è molto grande ma è articolata in spazi che propongono esperienze differenti: la grande piazza, la sala scuderie, i ballatoi dove si legge, si studia e si guardare cosa accade nella piazza, gli spazi per bambini e adolescenti nei sotterranei, quello per i più piccoli affacciato sulla piazza insieme al caffè, una sorta di grande spazio civico dove nessuno ti obbliga a consumare;
• la scelta di inserire i servizi dentro a un luogo che ha avuto altre vite è un valore aggiuntivo perché è il luogo stesso che mostra la sua storia. Questo facilita anche una riflessione per usare con maggiore consapevolezza gli edifici esistenti.

Questi esempi ci aiutano a ragionare sul fatto che oggi la questione dell’architettura delle biblioteche è aperta: se prima ci preoccupavamo dei libri, oggi lo scopo è fornire un servizio a delle persone, quindi più che sulla forma dell'edifico è necessario lavorare sugli interni, sulla dislocazione dei servizi, su spazi polifunzionali e trasformabili, arredi ecologici e originali. Siamo abituati a modelli di biblioteca  ripetitivi, con programmi biblioteconomici fotocopia, concept standard dei servizi; se vogliamo interagire con la comunità e far diventare la biblioteca uno strumento della politica urbanistica abbiamo bisogno di varietà, creatività, originalità. Le biblioteche degli anni ’70, con arredi, colori, segnaletiche, disposizione delle scaffalature, collezioni tutti uguali, sono superate da una realtà sempre più frammentata, molteplice e multiculturale. Oggi sono necessari approcci critici e sguardi laterali: solo così possiamo rispondere all’obiettivo di realizzare un edificio pubblico utile alla città; la biblioteca, se fatta bene, per le sue caratteristiche di luogo neutro e di eguaglianza può esserlo più di altri edifici culturali.
Ma una visione più “sociale” del servizio può aiutarci ad individuare l’architettura più adatta? Di sicuro sappiamo che la biblioteca non sarà più un “monumento del sapere”: per sopravvivere dovrà essere capace di trasformarsi, di mutare pelle, di sorprendere, eccitare la fantasia e offrire ai suoi utenti attività diversificate: alfabetizzazione informatica, laboratori manuali di tutti i tipi (dalla cucina giapponese a come riparare la bicicletta, al giardinaggio). Ci saranno spazi per il cooworking, attività di ascolto, racconto, lettura; corsi per imparare a suonare uno strumento, a danzare, a recitare; feste di compleanno, di matrimonio, anniversari; corsi di lingua, di recupero scolastico, corsi per la lettura dei quotidiani, per l’uso delle nuove tecnologie, della rete, per imparare come funziona una stampante 3D o un macchina da cucire. Attività che andranno progettate e realizzate con il coinvolgimento dei cittadini e delle associazioni. Sarà un luogo dalle molte identità e dalle molte definizioni: ibrida, molteplice, sociale, aumentata.
Per la riuscita di questo progetto occorre però il coinvolgimento dei cittadini fin dalla fase di progettazione, oggi imprescindibile, e una buona localizzazione. Il resto dipende da quanto l’ambiente fisico è in grado di accogliere e facilitare le relazioni, se riesce a diventare un luogo di produzione culturale dal basso.
Oggi è la funzione sociale, economica, educativa, cognitiva -di tutti i luoghi della cultura- e tra questi le biblioteche, che giustifica la loro esistenza. Non possiamo più pensare di tenere aperte, o semiaperte, migliaia di biblioteche pubbliche per quell’11% della popolazione che oggi le frequenta . L’Italia è un territorio pressoché vergine che ha bisogno come non mai dei nostri servizi e le biblioteche devono guardare come funzionano i luoghi dove le persone si ritrovano: i caffè, i ristoranti, le nuove librerie, i mercati della domenica, i musei di recente concezione, i centri commerciali, i luoghi interattivi frequentati dai giovani, i mercati, le piazze, i centri sociali e i circoli culturali, i teatri occupati, le palestre, le stazioni, gli orti sui tetti, le social street, i luoghi di aggregazione spontanea. Molti di questi luoghi si sono evoluti e trasformati proprio a partire dalle aspettative dei pubblici.
Per le biblioteche è un po’ più complicato perché devono tenere conto di tradizioni, interessi e comportamenti consolidati nei secoli: sicuramente continueranno ad accogliere libri di carta, non solo perché legati alla conservazione del sapere ma perché i lettori di libri cartacei sono ancora un gruppo consistente. Accanto a questi, negli ultimi anni, sono fortemente aumentati gli utenti che prendono in prestito film, musica e che utilizzano le tecnologie, soprattutto Internet perché è gratuito. Da questo punto di visto i comportamenti coincidono con quelli delle librerie ma quello che fa la differenza è la gratuità e la mediazione del personale che dovrebbe aiutare la comunità ad accedere alle informazioni. La vera evoluzione delle biblioteche sta proprio nella loro capacità di rispondere ad una domanda crescente su tematiche diversificate e prima inimmaginabili.
Oggi la biblioteca sta subendo forti pressioni per il cambiamento, una pressione alla quale molti bibliotecari e amministratori vorrebbero dare risposta. Non è facile, in un momento di tagli spaventosi ai finanziamenti dei Comuni, di anni di non assunzioni, con una burocrazia ingessata, una politica sprecona e incapace di comprendere dove è più importante investire, difficoltà ad individuare nuove forme di gestione. Questo impedisce di dare delle risposte efficaci e troppo spesso abbiamo servizi inadeguati nella forma, nell’offerta, nel funzionamento, orari che non rispondono ai bisogni dei cittadini, un forte squilibrio tra aspettative, bisogni e offerta.
Non è sufficiente ascoltare i bisogni dei cittadini, dobbiamo essere capaci di anticiparli, sollecitarli, stimolarli e farci ispirare nel processo di cambiamento dagli altri luoghi della vita quotidiana delle persone. Gli studiosi delle biblioteche hanno spesso usato il concetto della serendipity per definire i servizi della biblioteca, soprattutto gli scaffali aperti: a me piace pensare che questo concetto non lo usiamo solo per i libri e per tutti gli altri media, ma per favorire quel potenziale di innovazione insito nella città e nei suoi abitanti attraverso luoghi, momenti e situazioni del tutto inaspettate, di incontri improvvisi.
Apparentemente, i luoghi esclusivamente culturali, o percepiti come tali, finiscono per essere troppo esclusivi: le persone forse si aspettano dei “centri commerciali” della cultura dove nel loro tempo libero possono vivere esperienze che siano contemporaneamente culturali e ludiche, che soddisfino bisogni di apprendimento ma anche di svago, che siano luoghi di lavoro e di vacanza, luoghi che aiutino a saper fare, saper pensare e saper vivere, luoghi di coesione sociale che aiutino ad aumentare l’intelligenza collettiva. Da questo punto di vista sono buoni esempi i musei scientifici, dove grandi e piccoli si divertono con le nuove scoperte, con i giochi interattivi che ci fanno capire come funzionano le cose, la vita dell’universo.
Alla luce di queste riflessioni come concepire un progetto di culture convergenti in cui la biblioteca possa giocare un ruolo senza che la sua specificità si disperda in un progetto generico, ma anzi ne esca rafforzata?
 “Oggi dobbiamo pensare a una convergenza di tutti i servizi in entità uniche che favoriscano la partecipazione dei cittadini, l’educazione permanente, il senso di identità. Di fronte alla crisi dei bilanci delle istituzioni culturali pubbliche una razio-nalizzazione è inevitabile, in particolare per i piccoli centri, ma la convergenza non deve essere concepita in funzione difensiva, o come misura di emergenza: deve essere una scelta che viene fatta per migliorare i servizi (orari più lunghi, possibilità di fruizione da parte di pubblici diversi) e soprattutto per realizzare una politica culturale più attiva. Le istituzioni culturali hanno sempre bisogno di rinnovarsi, di adattarsi ai cambiamenti del gusto, a esplorare strade nuove: questo sarà più facile all’interno di un luogo di confronto interdisciplinare.”
Per convergenza non penso solo al mettere insieme differenti servizi culturali che condividono solo alcuni servizi come bagni, hall, guardaroba, oppure a servizi che hanno in comune alcune specificità come archivi e biblioteche, oppure biblioteche, archivi e musei. Penso a progetti capaci di interpretare lo specifico dell’ambiente in cui sono inseriti, di guardare al futuro e alle trasformazioni in atto. Alcuni città ci stanno provando: Thionville, cittadina di 42.000 abitanti situata nella regione della Mosella, dove è stato costruito un edificio di 4.500 mq. che si definisce “terzo luogo”  accoglie la mediateca, piccole fabbriche di produzioni artigianali, spazi per creativi, un centro d’arte, una sala da 450 posti, l’ufficio del turismo, una caffetteria, spazi di incontro per i cittadini, le associazioni, oppure  il bellissimo multicultural center dell’isola di Middelfart in Danimarca, con la grande facciata di vetro che si affaccia sul mare e accoglie una grande biblioteca, il cinema, un ristorante panoramico, un caffè, l’ufficio turistico e la nuova sala riunioni della città. Ma poi abbiamo anche progetti fantastici come la nuova biblioteca pubblica che verrà aperta nel centro di Helsiki nel 2017 anno che celebra i 100 dell’indipendenza del paese, sarà la prima biblioteca al mondo con sauna, ma funzionerà anche come centro culturale con ristoranti, cinema, spazi per mostre e per attività varie  disposizione dei cittadini. Verrebbe da chiedersi come mai un Paese dove l’80% degli abitanti utilizza le biblioteche, la media dei prestiti pro capite dei finlandesi è di 17 documenti ogni anno, sente il bisogno di pensare a quale sarà la biblioteca del futuro, rinnova continuamente le loro strutture, realizza progetti sempre più creativi ed inclusivi mentre potrebbe accontentasti degli straordinari risultati raggiunti? La voglia di guardare il futuro, di interrogarsi continuamente, di non dare mai nulla per scontato: questa è la lezione che dobbiamo imparare.